martedì 21 maggio 2013

One Way or Another di Peter Cameron


Ho ricevuto questo libro come 'anteprima' gratuita dal sito NetGalley, che ringrazio molto per l'opportunità perché altrimenti credo non l'avrei mai letto, dato che, pur amando Peter Cameron, non posso dire altrettanto della forma del racconto. E quando ho finito il primo della raccolta, "Memorial Day", con quel suo finale così brusco e incomprensibile, ho sospirato e ho pensato che perlomeno il libro era corto. La scrittura di Peter Cameron è davvero bella, seppur malinconica, ed è bravissimo nel creare o fissare su carta piccole scene, momenti fulminanti, come in "Freddy's Haircut", in cui il protagonista viene licenziato perché scoperto a farsi tagliare i capelli da una collega sul lavoro. Dato che i capelli sono tagliati solo in un punto, quando rientra a casa Freddy decide di completare l'opera e si affida ad una parrucchiera:


One Way or Another: Stories
He did not cry until he got home. He managed to pay the woman - even tip her - and walk home, all the time hoping that his hair would look better in his own, familiar mirror. [...] When he turned on the bathroom light and saw himself in the mirror his worst fears were confirmed. His spiky hair looked menacing and hideous, and as he leaned toward his reflection it occurred to him that even he, even now, did not deserve to look this ugly.


Chi di noi non ha provato questa sensazione uscendo dalla parrucchiera almeno una volta? Povero Freddy, la cui unica colpa è di aver creduto a due donne che gli hanno chiesto di fidarsi di lui. Mi sono innamorata definitivamente con "Melissa & Henry - September 10, 1983", che presenta gli inspiegabili e incomprensibili stati d'animo che spesso una cerimonia importante porta a galla. Certi racconti sono piuttosto assurdi e privi di senso fino a quando una frase, un gesto non mi fa entrare di colpo nella storia, facendomi sorridere, magari in modo triste e nostalgico. E' verissima la frase che ho notato nella descrizione del libro su Goodreads: "Families, homes, lovers, marriages -- the safe havens they have been taught to depend on no longer guarantee shelter or stability". Tutti i protagonisti si ritrovano senza lavoro, o rifiutati dal proprio compagno, o tecnicamente felici ma in realtà privi di quella incognita 'n' che li renderebbe _davvero_ felici.

I'm working on a new problem: Find the value for n such that n plus everything else in your life makes you feel all right. What would n equal? Solve for n.

lunedì 20 maggio 2013

Quiet di Susan Cain


The Upside of Being an Introvert
Poco più di un anno fa mi sono iscritta a Pinterest e fra le numerose piacevolezze di questo sito ho scoperto anche qualche pin che mi ha fatto sorridere e assentire entusiasta (e per le quale ho creato una board dal nome 'My Style').

Prima di allora, il termine 'introverso' per non era mai stato niente di più che una parola come tante altre, che non ritenevo mi descrivesse particolarmente. Ci è voluto il web per farmi capire che è una caratteristica psicologica importante che definisce una buona parte delle mie scelte in campo sociale, ma mancava ancora un passo. Le illustrazioni/vignette/istruzioni per l'uso che girano su Pinterest sono una specie di affermazione di personalità da parte degli introversi: la dichiarazione che è bello essere nerd e possiamo esserne orgogliosi. Il sottotesto sembra essere che siamo migliori. Migliori di chi non legge un libro o passa le serate in discoteca, migliori perché chi non legge non riflette non pensa ed è, sostanzialmente stupido. E' una specie di razzismo al rovescio: gli estroversi si vedono migliori di noi perché sono più disinvolti, hanno un sacco di amici, vanno a un sacco di feste, si divertono come matti e di sicuro non ammuffiscono sui libri. Noi ci vediamo migliori degli estroversi perché leggiamo, pensiamo, abbiamo accesso ad universi meravigliosi che loro nemmeno immaginano e abbiamo anche delle amicizie e una vita sociale, meno intensa ma sicuramente anche molto meno superficiale della loro.

La realtà sta nel mezzo, e c'è voluta Susan Cain per farmi realizzare che l'introversione e l'estroversione non sono che due estremi in mezzo ai quali è compresa l'intera umanità in una miriade di sfumature diverse, in cui estroversione può coincidere con profondità e introversione con capacità sociali. Quiet mi ha insegnato che fino a poco più di un secolo fa nessuno si sarebbe sognato di considerare socialmente auspicabili dei comportamenti estroversi, e che questi sono diventati un modello solo quando l'espansione industriale di inizio Novecento e la concentrazione della popolazione nelle città ha reso necessario un nuovo tipo di approccio lavorativo (quando vivi in un paesino in cui tutti conoscono te e i prodotti che vendi o il lavoro che offri, è semplice lavorare, ma se vivi in una città in cui sei un puntolino anonimo, devi necessariamente cominciare a venderti bene, perché la prima impressione è fondamentale).

Susan Cain sostiene, sulla base di studi psicologici che possono essere anche non definitivi, ma nel frattempo ci aiutano un bel po', che gli introversi sono persone più sensibili agli stimoli. Ad una festa un introverso è bombardato dagli stimoli e quindi è a disagio, in biblioteca un estroverso non riceve abbastanza stimoli e quindi è annoiato. Per l'estroverso la compagnia è una fonte di energia in quanto provvede a portare gli stimoli necessari alla giusta dose, per un introverso la compagnia, per quanto buona e apprezzata, contribuisce a ridurre le energie perché fonte altissima di stimoli, al di sopra del limite tollerato. Capire come funzioniamo ci aiuta a dare il meglio di noi. Anche perché l'introversione porta con sé una serie di caratteristiche positive che l'estroverso non possiede, o in misura minore. Ne consegue che ognuna delle due figure psicologiche, l'introverso e l'estroverso, possiede degli aspetti negativi e positivi a contrasto, e si ipotizza che antropologicamente quel 20% di introversi sia assolutamente necessario per rendere la società adatta a reagire in modo performante a qualsiasi casistica di evento e quindi, adatta a sopravvivere.

Forse, come dice Susan Cain, proviamo ancora dei sensi di colpa se un sabato sera decliniamo un invito a cena per rimanere a casa con un buon libro, e Quiet può aiutarci a non provarlo più. Forse verrà la tentazione di sostituire il senso di colpa per non essere più socievoli con il senso di colpa per non essere più brillanti (uno dei modi in cui Susan Cain dimostra le caratteristiche positive dell'introversione è, ovviamente, presentarci gli introversi più famosi della storia, fra cui, per citarne solo uno, Albert Einsten). Quel che è certo è che conoscere i propri punti deboli e i propri punti di forza significa sicuramente essere maggiormente in grado di puntellare i primi e sfruttare i secondi. Conoscere la storia significa sentirsi legittimati anche se la società contemporanea non riconosce i nostri meriti. Quiet non è un manuale di self-help ma i pochi suggerimenti che l'autrice ci dà sono un prezioso spunto di riflessione, anche nella gestione di un rapporto sentimentale (mi sembra che la maggior parte delle coppie sia composta da un estroverso e un introverso, ed è un bel problema, lo so bene...). Il messaggio più importante che l'autrice trasmette è: in questo periodo noi introversi non siamo valorizzati, ma abbiamo i nostri punti forti e possiamo scegliere quando vogliamo forzare i nostri limiti e comportarci di più come estroversi, se ne vale la pena - per esempio sul lavoro o per gli impegni sociali del proprio compagno - e quando è il momento di fare esattamente quello che abbiamo bisogno di fare, perché ci siamo accettati e sappiamo che andiamo bene così.

venerdì 17 maggio 2013

Testament of Youth di Vera Brittain


Quando si parla di guerra, e di memorialistica di guerra, nel mondo anglosassone, possiamo dire che Testament of Youth di Vera Brittain (seguito poi da Testament of Friendship e Testament of Experience) ha fornito il modello ideale. Ma l'autobiografia di questa straordinaria donna non parla solo della guerra, ma anche di femminismo, amicizia e amore in un mondo sconvolto dalla storia. Nonostante la mole (stiamo parlando di 661 pagine) il libro avvince, anche se ammetto che il ritmo lento dell'autrice è davvero troppo lento, e soprattutto ho sofferto sugli ultimi due capitoli, dedicati (oltre che all'incontro con il futuro marito e alla decisione, appunto di sposarsi), del lavoro per la League of Nations in modo dolorosamente dettagliato. Eppure mi ha emozionato tantissimo la storia di una ragazzetta di buona famiglia annoiata dal genere di vita che i genitori le prospettano che decide di lottare per proseguire la sua istruzione all'università, e poi, quando finalmente vince la battaglia, viene coinvolta dal primo conflitto mondiale, che rende così insignificante il mondo della cultura da spingerla ad arruolarsi nel corpo delle VAD (infermiere ausiliare) esperienza ai limiti delle possibilità umane (ricordo anche One Pair of Feet di Monica Dickens, ambientato nel conflitto successivo: la storia dell'autrice inizialmente somiglia molto a quella di Vera Brittain) che le permetterà però di superare la morte in battaglia prima del fidanzato e poi del fratello e di altri amici. Il fratello Edward, in particolare, a cui era molto legata, morì combattendo sull'Altopiano di Asiago (io vivo molto vicino a queste montagne) ed è seppellito lì, nel cimitero di Granezza, che la stessa Vera dopo la guerra visitò insieme all'amica Winifred Holtby (con qualche difficoltà, perché era difficile da raggiungere) e dove lasciò detto di far spargere le sue ceneri... Mi piacerebbe molto visitare questo cimitero. 


La cosa peggiore del leggere Testament of Youth consiste nel rendersi conto che l'autrice, nello scriverlo, non poteva sapere (il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1933) che cosa sarebbe successo di lì a poco, nonostante gli sforzi di molti (lei inclusa) per il pacifismo. La cosa migliore è rendersi di conto di quanto suoni assurda l'idea della guerra per me, che significa che sono cresciuta in un mondo che mi ha permesso di pensarla così, anche se rientro in un gruppo di privilegiati, e anche se intorno a noi ci sono moltissimi paesi in guerra. Se per Vera Brittain e i suoi contemporanei la guerra ha rappresentato la fine della gioventù e dell'innocenza, per le donne della sua generazione ha anche rappresentato la possibilità di espandersi al di fuori del proprio ruolo prestabilito, di immaginare uno stile di vita diverso, più libero. Testament of Youth è particolarmente interessante proprio come finestra sulla storia sociale di quel periodo. Sono molto contenta di aver letto questo memoir, anche se non sono certa di voler continuare con i seguiti. Testament of Friendship ha una mole leggermente meno imponente e probabilmente sarà leggermente più positivo (dovrebbe parlare principalmente dell'amicizia con la scrittrice Winifred Holtby, di cui ho letto South Riding e The Crowded Street) ma sono un po' frenata dalla consapevolezza che lo stile della Brittain è a tratti noioso e che il suo approccio mi è spesso sembrato anafettivo e i fatti narrati eccessivamente elaborati (l'abitudine dell'autrice di far cadere qua e là commenti sull'evoluzione futura degli eventi ha sì l'effetto di invogliare alla lettura ma dà anche la sensazione che l'autrice stia mettendo un bel po' di distanza tra quello che sta narrando e se stessa - un comportamente umanamente più che comprensibile, chiaro, ma non molto positivo dal punto di vista letterario).


Le sorelle fatali di Eleanor Brown


Una volta un fidanzato le aveva casualmente domandato quanti libri leggesse in un anno. “Qualche centinaio” aveva risposto lei. “E dove lo trovi il tempo?” aveva replicato lui sbalordito. Lei aveva aggrottato la fronte riflettendo sul ventaglio di possibili risposte. Perché non passo ore davanti alla tv a lamentarmi che non c'è mai niente di interessante. Perché non spreco la domenica tra i discorsi prepartita, le partite e le diatribe postpartita. Perché non mi gioco le serate a bere birre che costano quanto una bottiglia di whiskey e a fare il deficiente insieme ai miei colleghi del mondo della finanza. Perché quando sono in fila, o in palestra, o sul treno, o a pranzo, non mi lamento dell'attesa, non fisso nel vuoto, non cerco di specchiarmi in qualsiasi superficie vagamente riflettente mi trovi intorno. Perché … leggo!
Le sorelle fatali (The Weird Sisters) è uscito negli Stati Uniti nel 2011 tra grandi fanfare e ovviamente ha catturato subito la mia attenzione: è la storia di tre sorelle, Rosalynd, Bianca e Cordelia, così chiamate dal padre (emerito studioso di Shakespeare) in onore del Bardo, che tornano a casa dai genitori apparentemente per sostenerli dato che alla madre è stato diagnosticato un cancro, in realtà perché ognuna di loro è in crisi esistenziale e la loro reazione istintiva è tornare all'ovile a leccarsi le ferite. Ognuno in famiglia è un appassionato lettore (anche se non mi sarebbe dispiaciuto sapere che cosa stessero leggendo...) e fra di loro parlano spesso citando Shakespeare, un vizio preso dal padre.




L'aspetto più interessante del romanzo (oltre alle citazioni shakespeariane, che però cadono un po' nel vuoto anche per me che ho letto diverse delle sue opere all'università) è sicuramente la narrazione in prima persona plurale: il narratore è infatti onnisciente ma è costituito dall'insieme delle tre sorelle, che a volte diventa un insieme di due sorelle, anche se le tre sorelle nella realtà non sono ovviamente onniscienti. Un escamotage che mi è piaciuto molto e che posso dire non mi ha messo minimamente in difficoltà, perché fin dall'inizio ho percepito in modo molto distinto le tre sorelle: Rose (Rosalynd) è la maggiore, che nasconde con il suo senso di responsabilità la paura di affrontare il mondo (ovvero la richiesta del fidanzato di trasferirsi temporaneamente a Oxford dove ha ricevuto un'offerta di lavoro imperdibile ; Bean (Bianca) è metropolitana fin nel midollo ma ha rovinato il suo sogno rubando allo studio di avvocati per cui lavorava per sostenere il suo stile di vita; Cordy (Cordelia) ha vissuto per anni una vita da hippie viaggiando per il mondo senza un soldo in tasca e rifiutandosi di crescere ma ora è rimasta incinta e deve decidere cosa ha intenzione di fare.

Forse proprio perché avevo aspettative molto basse (il romanzo sulla carta sembrava perfetto, ergo doveva esserci qualcosa che non andava) ho apprezzato molto questa lettura, però vi avviso che siamo più nel reame della letteratura leggera (qualcuno ha osato il termine chick-lit) che in quello della letteratura 'seria'. La trama e gli stessi personaggi sono un po' sopra le righe, nelle recensioni italiane (noi siamo più cattivelli come lettori, ovvero più esigenti immagino) ci si chiede molto com'è possibile che tre avide lettrici siano anche così stupide (non che noi lettori possiamo ritenerci al riparo dalla stupidità, temo). Nonostante tutto, il libro mi ha tenuto compagnia per un intero sabato e non posso che dirmi soddisfatta, spero l'autrice stia scrivendo un nuovo libro e che lo pubblichi presto!

mercoledì 15 maggio 2013

Providence di Anita Brookner


Kitty Maule è una giovane donna inglese, di origini francesi, che, innamorata del collega Maurice, decide di abbandonare la malleabilità che è il segno distintivo del suo carattere per precipitare, finalmente, le cose.

ProvidenceKitty (o Thérèse, come in realtà si chiama e viene chiamata dai nonni francesi) è una ragazza docile, estremamente elegante (grazie alle creazioni della nonna sarta) e sognatrice, che a lungo tempo ha corteggiato il collega, un conferenziere adorato dalle donne e osteggiato da qualche collega uomo per la scarsa esattezza filologica delle sue dissertazioni sulle cattedrali inglesi, preparandogli la cena, battendo a macchina le sue note e accettando le sue decisioni. Per lo meno fino al giorno in cui decide di recarsi anche lei in Francia, dove lui sta facendo un tour delle cattedrali per il suo prossimo ciclo di conferenze, e di dargli appuntamento a Parigi, la città dell'amore.

Providence è un romanzo dove non succede poi molto, ma avvince anche se, tutto sommato, credo che fin dalle prime pagine sia ben facile intuire dove andrà a parare. Kitty si destreggia (più o meno) tra una famiglia d'origine che non la capisce, una serie di amiche e conoscenti (la vicina di casa, la collega Pauline) che rappresentano la possibilità di un fallimento (soprattutto amoroso) nella vita, una relazione che non è tale e un lavoro che le piace e in cui riesce bene senza nemmeno sforzarsi (è una docente di letteratura romantica). Kitty aspira a un modello culturale e sociale inglese rappresentato dalla sua cerchia di colleghi all'università, di cui Maurice è la punta di diamante. Un modello ideale che forse nemmeno esiste, del resto, dato che Kitty non ha nemmeno mai conosciuto il padre inglese, morto in guerra appena dopo il suo concepimento, e forse dovuto al fatto che, anche se Kitty si sente inglese, mantiene sempre una certa sospettosità:

And indeed no one had ever faulted her on grounds of Englishness. Yet she felt a part of her to be shrewd and watchful, mistrusting others, paying less attention to their words than to the words they were not voicing. She thought these characteristics were a sign of some moral defect, and always hastened back to her life's work  of establishing the true and the good and perhaps the beautiful, of believing the best of everyone, of enjoying  what life offered, not lamenting what it withheld.

Un'attitudine meravigliosa, senonché Kitty assomiglia molto alla protagonista del primo romanzo di Anita Brookner, A Start in Life, Ruth Weiss, che ha imparato dai libri che la bontà viene premiata, e ha imparato dalla vita che non è affatto così (ma troppo tardi). Anche Kitty sembra aspettarsi che la sua dedizione (ai nonni, che sente al telefono tutte le sere e va a trovare nei weekend, al lavoro, a Maurice che accudisce senza pretendere niente in cambio) prima o poi venga premiata. Dall'amore, dalla realizzazione della sua vera missione nella vita (Kitty è molto brava nel suo lavoro ma le viene così facile che è convinta che non sia questo il suo compito). La vita le dimostra pian piano che non è così, che ad attendere e sorridere ed essere docile e remissiva e sperare, sperare, sperare che qualcosa cambi, non si ottiene nulla. E così decide di osare.

E' strano perché parlando di questo romanzo si ha l'impressione che sia profondamente tragico, eppure non è così, anche se manca quello humour che aveva alleggerito A Start in Life. E' malinconico, forse un po' triste, ma non esageratamente. Mi piace molto l'accostamento che ho letto da qualche parte ai romanzi di Barbara Pym, anche se è vero che le excellent women della Pym sono mediamente soddisfatte e contente della propria vita, mentre alle protagoniste della Brookner manca sempre qualcosa che forse non saranno mai in grado di ottenere.


martedì 14 maggio 2013

Riepilogo di aprile


Nel mese di marzo ho cominciato un'incredibile e lunghissima avventura, ovvero la demolizione della mia TBR (to-be-read) list. Siccome tendo a svicolare quando mi lascio dei parametri troppo blandi, ho deciso di farlo in ordine alfabetico (lo so, fa ridere) saltando solo i doppioni (se ho tre libri di Jane Austen da leggere, mi sembra assurdo nonché controproducente leggerli di fila). Siamo quasi a metà giugno ormai, il mio proposito per il momento regge, e posso dire di aver (quasi) finito la lettera B, complice anche una mini maratona di lettura durante lo scorso weekend.

Ma torniamo ad aprile. Ci sono pochi intrusi: il libro della Mantel che ho iniziato a marzo e si è trascinato alla grande (non mi è piaciuto molto, nel caso non si fosse capito), la rilettura di Jane Austen in occasione del bicentenario dalla pubblicazione di Orgoglio e pregiudizio, e forse Riti di morte, dato che Goodreads inserisce l'autrice sotto la B, ma io ho qualche dubbio. The Library Book è una raccolta, che Goodreads inseriva sotto il nome di Alan Bennett, per comodità seguo questa classifica dato che aNobii non permette il riordino dei libri per ordine alfabetico per autore.

Le letture di aprile sono state tra le più variegate, un po' per il metodo scelto, un po' per l'esito e il giudizio, nel complesso non brillantissimo ma comunque soddisfacente. I migliori del mese sono la rilettura di Jane Austen (in lingua è una meraviglia, ancora di più!) e il libro di Kate Atkinson, un'autrice che desideravo molto conoscere e che sicuramente non mi ha deluso. Nonostante non abbia ricevuto il massimo della votazione, mi ha molto colpito anche Fabio Bartolomei: tempo e pile di libri permettendo, ci rivedremo! Una leggera delusione il libro di Paul Auster, che potrei definire per metà molto piacevole e per metà totalmente incomprensibile. Qualche altra lettura mediocre era prevedibile, lo shock negativo del mese è stato però Wolf Hall della Mantel, anche se non posso definirlo un brutto libro. Se volte saperne di più, come al solito ogni titolo riporta al relativo post.

Arkell, Reginald - Memorie di un vecchio giardiniere 3/5
Atkinson, Kate - Behind the Scenes at the Museum 5/5
Auster, Paul - The Invention of Solitude 3/5
Banks, Leanne - Underfoot 4/5
Mantel, Hilary - Wolf Hall 2/5
Giménez-Bartlett, Alicia - Riti di morte 4/5
Bartolomei, Fabio - Giulia 1300 e altri miracoli 4/5
Becker, Jurek - Jakob il bugiardo 3/5
Benatar, Stephen - Wish Her Safe Home 3/5
Bennett, Alan (e altri) - The Library Book 2/5
Austen, Jane - Pride and Prejudice 5/5 (rilettura)
Briscoe, Constance - Brutta 2/5
Blume, Judy - Summer Sisters 2/5
Bromfield, Louis - Mrs. Parkington 3/5

Buone letture a tutti!

venerdì 10 maggio 2013

Mrs. Parkington di Louis Bromfield


Louis Bromfield vinse il Pulitzer per la letteratura nel 1927, non per questo romanzo, ma per Autunno (Early Autumn), la saga di una ricca e ipocrita famiglia del New England. Tutti i suoi romanzi ebbero comunque molto successo, e di due furono realizzate delle trasposizioni cinematografiche (Mrs. Parkington e La grande pioggia - The Rains Came).

Mrs. Parkington è un'anziana matrona della buona società newyorchese, vedova di Gus Parkington, che l'ha lasciata provvista di una ricchezza talmente vasta da essere praticamente intaccabile. E per fortuna, dato che il marito della nipote Helen, Amory, ha dilapidato il suo patrimonio e quello di diversi amici e clienti, più o meno consapevoli, in delle speculazioni familiari (il romanzo è ambientato negli anni Trenta) e come al solito tocca a Mrs. Parkington tirarlo fuori dai guai, sfoderando non solo i suoi soldi ma anche le sue conoscenze e le sue abilità. Tutti i suoi discenti, infatti, sembrano essere dei buoni a nulla noiosi e pieni di sé, rovinati dai soldi accumulati da Mrs. Parkington e dal marito, che da pioniere del Nevada, grazie alle miniere, alle concessioni terriere, al duro lavoro e ai pochi scrupoli è passato a diventare un pilastro dell'economia di New York e di tutto il paese. Mentre Mrs. Parkington tenta di rimediare i danni procurati dai suoi eredi e di salvare l'unica sua parente che ama profondamente, la giovane Jeanie, ricorda il passato, da cameriera presso la pensione dei genitori a membro stimato del jet set, passando per incredibili felicità ed incredibili tragedie, tutte affrontate con una forza d'animo ed una curiosità intellettuale incredibili. 

Ho trovato Mrs. Parkington un romanzo estremamente coinvolgente ed interessante, anche se devo ammettere che mi ha coinvolto meno di quello che mi aspettavo. Ho trovato interessante scoprire che l'autore a un certo punto della sua vita abbandonò la scrittura di romanzi per concentrarsi sui saggi, divulgando le sue teorie agrarie (fu infatti uno dei primi coltivatori ad occupasi di giardinaggio organico e la sua fattoria una delle prime prive di pesticidi).